Crea sito

Categoria: Formazione

Siate Perfetti

Circolare di aprile

AURORA DI RESURREZIONE

Carissime Annunziatine,

per il secondo anno abbiamo celebrato Pasqua all’ombra della pandemia. Lo scorso anno abbiamo anche sopportato il peso del silenzio di stare senza le Celebrazioni Pasquali. Quest’anno, con le necessarie precauzioni, si sono almeno potuti celebrare i riti di Pasqua. Non tutti hanno potuto partecipare, ma siamo stati comunque in comunione con tutta la Chiesa nella celebrazione del Sacro Triduo Pasquale, centro di tutto l’Anno Liturgico.
Nel 2020 sembrava che si stesse celebrando un lungo Sabato Santo “aliturgico”. Ora non siamo ancora fuori dal tunnel, ma sembra di essere quasi all’albeggiare, ancora nella notte prima che sorga il sole, nell’ora più fredda. Riecheggiano le parole di Isaia: «“Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”» (Is 21,11-12).
È opportuno contemplare il Mistero Pasquale alle prime luci della Risurrezione, al tempo dell’aurora. Tra le messe di Pasqua (ciascuna con letture proprie) c’è quella detta “dell’aurora”. Oggi è la celebrazione meno seguita. I fedeli che partecipano alla Grande Veglia di Pasqua non la seguono ovviamente, e la maggior parte dei fedeli va alla Messa “del giorno” della Resurrezione del Signore. è utile soffermarci su questa Liturgia.

Liturgia dell’Aurora

La Messa di Risurrezione al mattino di Pasqua è una celebrazione da vivere come le donne che vanno al sepolcro, poche persone … non c’è mai folla sulla soglia del mistero.
Una volta era la Messa delle mamme e di coloro che devono preparare il pranzo festivo… In questa celebrazione eucaristica si legge un bellissimo testo evangelico, delle donne che al mattino vanno al sepolcro, sconsolate ma che non vogliono stare lontane dal corpo del loro Maestro.
Sono partite ancora col buio per arrivare sul far dell’alba, quando l’aurora riporta sulla terra i primi tenui colori che scacciano il buio della notte. Nel cuore una tristezza senza misura… che diventa stupore. Poi dalla trepidazione passano alla scoperta che le sconvolge: dov’è il corpo di Gesù? È già risorto ma non lo possono vedere.
Anche noi, prima della gioia e della fretta dell’annuncio, dobbiamo contemplare con calma il passaggio dall’afflizione allo stupore, solo più tardi diverrà gioia ed infine annuncio. Anche la fede deve fare tutti questi passaggi per diventare feconda nell’annuncio della Risurrezione.
La tradizione latina l’ha chiamata, con ragione, Messa “dell’Aurora”. Segna il tempo del risveglio della fede, dopo la notte oscura della Croce e del Sabato Santo di silenzio e vuoto, quando lentamente arriva la luce, dapprima tenue e senza colori come nell’albeggiare, poi si inizia a vedere con occhi nuovi e finalmente arriva l’aurora: iniziano a fiorire i colori, ma ancora delicati e quasi timidi.
In questo momento il personaggio da seguire e da meditare è Maria di Magdala, che non si vuole allontanare dal sepolcro ancorché lo trovi vuoto. È simbolo di questo momento della fede che deve risorgere, ma è ancora avviluppata dalle bende del dubbio e della desolazione… e tuttavia non vuole allontanarsi da Gesù.
È interessante come nel Vangelo di Giovanni per due volte si usi il termine aramaico “Rabbì” rivolto a Gesù traducendolo in greco con “maestro” (didaskale). La prima volta presso le acque del Giordano, quando lo stesso evangelista conosce Gesù (cfr. Gv 1,38, Giovanni precisa “circa alle quattro del pomeriggio”) e poi al mattino quando Maria di Magdala, fuori del sepolcro, esclama “rabbuni” cioè “mio Maestro” (Gv 20,16).
In effetti, anche il nostro cammino di fede è tra questi due momenti: da quando conosciamo Gesù decidendoci ad essere suoi discepoli, fino a quando con tutto il cuore ciascuno lo proclama “mio Signore” (Gv 20,13) e finalmente “mio Maestro”. Maria di Magdala, nel giardino davanti al sepolcro, per il suo grande amorew passa pian piano dall’oscurità alla fede nel riconoscerlo Risorto. All’aurora di quel giorno, inizia a vederlo e illuminata nel cuore sentendo la sua voce lo riconosce e proclama “mio Maestro”, ma ancora deve essere illuminata da Gesù che è “come sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78, letteralmente “sorgendo dall’alto”; cfr. Mal 4,2).
Tuttavia non bisogna ignorare che tra i titoli di Maria ci sono anche quelli di “Aurora della Redenzione” e di “aurora consurgens” (cfr. Ct 6,9 “che sorge come l’aurora”; scritta che ritroviamo anche nel catino absidale della Cripta del Santuario Regina Apostolorum). Colei che ha segnato l’inizio della Redenzione nel giorno dell’Annunciazione nella sua casa a Nazareth, è anche la prima a rifulgere nella Fede della Resurrezione.
Maria è già nell’Aurora del Cristo Risorto, la sua luce già l’avvolge nel mistero della nuova vita. Ce lo ricorda anche il beato Alberione nell’ultimo mistero della Via Crucis: «Il corpo di Gesù, unto con gli aromi, è portato al sepolcro. Maria attendeva con viva fede la risurrezione del Figlio, secondo quanto aveva predetto».

I colori dell’aurora

L’aurora non può giungere senza il sole, ma con l’alba lo precede annunciando e anticipando la sua luce, prima che il sole si veda direttamente. I nostri occhi non possono sopportare di passare direttamente dalle tenebre alla piena luce.
Con l’aurora le tenebre si indeboliscono fino a scomparire. Quando il sole si mostra, appaiono tutti i colori e ormai le tenebre non ci sono più. Allo stesso modo quando la fede risplende nel nostro animo e nella nostra mente, non c’è più spazio per i dubbi. Tuttavia come al mattino della Resurrezione, noi non siamo ancora nella pienezza della luce di Gloria: i nostri occhi sono ancora velati… siamo ancora alle prime luci dell’aurora ed ancora i nostri cuori si devono riscaldare del suo amore.
I fotografi insegnano che da un punto di vista fotografico la “temperatura colore” del tramonto è uguale a quella dell’albeggiare. Tuttavia la nostra esperienza è un po’ differente. Ne fa prova che molte sono le foto del tramonto poche quelle dell’aurora, e non è questione di doversi alzare presto! È più difficile cogliere i colori dell’alba…
L’esperienza ci insegna che al tramonto rimane il tepore del giorno e piano viene il buio, la mattino dal freddo buio piano siamo riscaldati dalla luce ed ancora intirizziti dalla notte abbiamo bisogno di riscaldarci, ma il nostro cuore toccato dalla luce già si rallegra e ne gioisce prima che la luce sia piena (come accade ai discepoli di Emmaus nel giorno della Resurrezione).
Quando pensiamo all’aurora ci sovviene come colore il rosa. Nella Liturgia Latina troviamo due domeniche con un colore particolare dove le rubriche suggeriscono di usare il colore rosa: la 3a di Avvento e la 4a di Quaresima. Le rubriche precisano che quella di Avvento è di colore “rosaceo” (perché verso la gioia serena del Natale), mentre l’altra dovrebbe essere tendente all’arancio (perché ci parla dell’avvicinarsi del tramonto col Signore sulla Croce).
La luce dell’aurora ci invita a contemplare questo Mistero: dobbiamo ancora aggiungere che nella mattina di Pasqua, nei colori dell’aurora della Resurrezione non dobbiamo scordare i colori del mistero della Croce del Venerdì Santo. Gesù Risorto ha ancora i segni della Passione impressi nel suo corpo.

Menti illuminate, cuori riscaldati

Dunque il rosa mattutino che inizia a riportare i colori alla natura alle prime luci dell’alba significa la promessa della Fede che ci dona la Risurrezione di Gesù. Questa luce inizia ad illuminare i cuori e le menti con la luce viva di Cristo, e comincia a riscaldare le nostri menti intirizzite dal freddo della notte con l’inizio dei colori.
Tuttavia il momento più freddo è proprio quello dell’alba, lo sappiamo per esperienza dalla natura, ma lo è anche per la fede.
Ce lo ricordano bene le lacrime e lo stupore di Maria di Magdala. Ma anche la tristezza sconsolata dei discepoli di Emmaus ormai alla fine del giorno di Pasqua: pian piano si lasciano riscaldare alle parole dello sconosciuto viandante (sono alla sera ma per loro è come ritrovare la prima luce), finché si aprono i loro occhi allo spezzare il Pane…
Mattino di Pasqua, mattino di Risurrezione. È passata la notte dopo la sepoltura, e il giorno dopo è il momento di fare i conti con la realtà: c’è chi si rassegna; c’è chi non vuole rassegnarsi e piange, come la Maddalena che vorrebbe vedere, toccare ancora il corpo del suo amato Maestro.
Anche la notte della fede è così. Meditare sulla luce dell’aurora della Risurrezione ci costringe a confrontarci con la nostra fede fiacca, afflitta e intirizzita. E Dio che sa bene come siamo plasmati, pian piano ci illumina, riscalda i nostri cuori freddi, risana con balsamo le ferite, dà nuova fiducia agli animi sconsolati, agisce soavemente, un po’ alla volta, che quasi non ce ne rendiamo conto, e già si è alla fede. Ma non ancora siamo alla pienezza della luce e della fede.
Il tempo dell’aurora è ancora il tempo delle sentinelle, le vedette che passano tutta la notte a scrutare e vegliare. Per costoro i colori dell’aurora, con le prime luci dell’alba, sono bramati, attesi ed infine con gioia finalmente riconosciuti.
Ma le vedette sanno bene che sul finire della notte prima dell’alba il nemico cerca di sferrare l’ultimo attacco, il nemico nascosto nelle tenebre e nella menzogna attacca ancora prima che si possa vedere con chiarezza e distinguere ogni cosa.
Anche noi come le vedette domandiamo “Quanto manca della notte?” come dice il testo di Isaia (21,11-12). Quando finirà la pandemia? Ma ancora, quando finirà la prova? Quando brillerà la stella della fede nei nostri cuori?
Poi quando è arrivata la piena luce, il nemico vien subito riconosciuto da tutti e si può combattere con più facilità e con cuore rinfrancato. Ma nell’ultima parte della notte è più difficile: il sonno, la stanchezza, il freddo… Poi finalmente arriva l’aurora ed anche le sentinelle hanno il cambio, tocca ad altri custodire durante il giorno. È arrivata la luce della Resurrezione, la luce della Pasqua e la liturgia ci invita a cantare Gloria a Dio esultando nell’alleluia assieme agli angeli del Cielo.

Buona Pasqua! Vi benedico tutte.

Don Gino

 

 

Maria e la pienezza del tempo

MARIA
E LA PIENEZZA DEL TEMPO

SS.Annunziata di Firenze (Ignoto,XIV secolo)

È importante vivere il momento presente, l’oggi di Dio, – Jom Jhwh in ebraico – senza fughe nostalgiche in un passato che non c’è più, né in un futuro che non è ancora. Oggi è per me la salvezza. Quest’oggi di Dio, totalmente nuovo e inedito, dono appena uscito dalle mani del Creatore, è storia di salvezza per me.
In un bel racconto chassidico, dove è protagonista Gabriele, l’angelo dell’annunciazione a Maria, si narra: «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio per far dono della vita eterna a chi avesse un momento di tempo per riceverlo. E l’angelo si mise per le strade del mondo. Ma, dopo aver percorso molte strade, tornò indietro e disse a Dio: “Avevano tutti chi un piede nel passato, chi un piede nel futuro. Non ho trovato nessuno che avesse tempo”».
Maria, la Madre di Gesù, l’oggi di Dio lo ha accolto e vissuto. Il passaggio di Dio nella sua vita, lo ha riconosciuto sin da subito. Dal soffio di Dio si è lasciata avvolgere e il suo sì, al progetto d’amore di Dio su di lei, è stato pieno e totale.
Il racconto di Luca dell’annunciazione inizia con la determinazione del tempo: «Nel sesto mese». Esso rimanda a ciò che è stato detto, precedentemente, di Elisabetta. Siamo, quindi, al sesto mese di gravidanza per la cugina di Maria.
Ma che anno era? Che tempo era quando Maria disse il suo sì? Per i Greci, che datavano la loro cronologia ufficiale dallo svolgimento della prima olimpiade nella città di Olimpia, era l’anno 776. Per i Romani, padroni del mondo allora conosciuto, che datavano la loro storia a partire dalla fondazione di Roma, era l’anno 753. Per gli Ebrei, il popolo eletto, che iniziano il conteggio degli anni dalla creazione del mondo, era l’anno 3760.
Per Dio, invece, ci dice Paolo di Tarso con grande semplicità, il tempo era giunto finalmente nella pienezza. Nella lettera ai Galati, infatti, leggiamo: «Quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò suo figlio, nato da donna» (Gal 4,4).
Come spesso accade nella Bibbia, Dio si serve di un messaggero divino per comunicare i suoi voleri. L’evangelista Luca afferma che Gabriele è inviato da parte di Dio per dirci l’origine della sua missione, per ribadire che l’iniziativa è di Dio, perché tutto si realizza per bene/volenza divina. Il movimento parte sempre dall’alto per discendere verso l’uomo.
A Dio solo spetta determinare tempo, luogo e modo dell’ingresso del suo Figlio divino nella storia. E con libera decisione egli elegge, fra tutte le donne, quella cui intendeva affidare e trasmettere il compito unico e singolare di formare, in virtù dello Spirito Santo, la natura umana del suo Figlio. Dio sceglie Maria.
E ora, come dice san Bernardo abate, chiamato il cavaliere e il cantore incomparabile di Maria, «Tutta la terra aspetta la tua risposta. O Vergine, dà presto la risposta. Rispondi la tua parola e accogli la Parola. Apri o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che Colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti, batte fuori alla porta. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso».
Dopo il primo senso di turbamento e dopo la perplessità manifestata di fronte alla proposta della maternità divina, Maria esprime ora il suo consenso: «Eccomi, sono la serva del Signore». Con queste parole si è consumato il più alto e decisivo atto di fede nella storia del mondo. È il vertice di ogni comportamento religioso davanti a Dio, poiché Maria esprime, nella maniera più elevata, la passiva disponibilità unita all’attiva prontezza, il vuoto più profondo che si accompagna alla più grande pienezza.
L’assenso di Maria va letto come la risposta al saluto iniziale dell’angelo: «Rallegrati». Ma la gioia piena sulle labbra della Vergine esploderà più tardi, quando sarà a casa di Zaccaria, con Elisabetta e il nascituro Giovanni, nel canto del Magnificat.
L’espressione Serva del Signore non dice in questo contesto l’umiltà di Maria, perché nel linguaggio delle Scritture essa è un titolo di gloria. Vengono qualificati, infatti, con il termine di servi del Signore, Abramo, Mosè, Davide, ogni profeta e perfino il Messia, il servo di Jhwh. Servo del Signore è colui che ha la consapevolezza di avere una missione decisiva da compiere.
Nel linguaggio biblico servo del Signore non indica la subalternità, ma l’appartenenza al Signore e la fiducia riposta in lui. Maria, dicendo sono la serva del Signore, afferma di aver compreso la vocazione alla quale è chiamata e aderisce, pienamente disponibile e con gioia, al progetto di Dio. Il sì (fiat) di Maria, dunque, esprime la sua fede nella parola di Dio, come dirà più avanti Elisabetta: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».
La risposta di Maria è molto più di un sì: «Avvenga di me quello che hai detto». È una gioiosa e affettuosa accettazione. Il verbo è ottativo, desiderativo, esprime cioè un sì con tutto il cuore. Il sì di Maria è il sì nuziale che comprende l’orientamento della sua vita intera secondo Dio e ratifica in anticipo tutte le scelte di Cristo, da Betlemme fino al Calvario, perché nell’annunciazione è già contenuta la scena della croce.
Dio, per realizzare il «mistero taciuto nei secoli eterni, ma rivelato ora…a tutte le genti» (Rm 16,25-26), chiede la collaborazione cosciente e libera di Maria, così come farà con gli apostoli e con i credenti. Il Signore ha creato ogni uomo e ogni donna padroni del proprio destino e non impone il suo volere. Egli, essendo Dio di libertà e amante della libertà, ha creato l’uomo a sua immagine, libero. Ecco perché Maria non è strumento inerte. Quando l’angelo le svela il suo ruolo in questo disegno misterioso di Dio, le chiede il consenso che, pur restando libero, è tuttavia anch’esso, misteriosamente, sostenuto dalla grazia. E la pienezza del tempo…si realizza.
Guardiamo la nostra vita, è il Signore che si manifesta nel nostro momento presente. Viviamo l’oggi con gratitudine, perché tutto è dono, “tutto è grazia”, come amava ripetere santa Teresa di Lisieux.

Francesca V.

(SiatePerfetti ago-sett.2020)

Particolari copertine Siateperfetti

Stato Privilegiato

Stato privilegiato dell’Annunziatina

Ogni giorno nella Messa ricordo le Annunziatine e ringrazio il Signore per tutte le particolari elargizioni di grazie che ha fatto loro, perché lo stato delle Annunziatine è veramente uno stato di privilegio, di grazia di Dio. Il Signore, infatti, chiama le Annunziatine a vivere unicamente per Lui, per l’eternità e a lavorare per la salvezza delle anime. Così esse hanno due grazie: quella di una santificazione maggiore e, in cielo, avranno una corona d’anime da loro aiutate, da loro salvate, da loro illuminate, da loro confortate, da loro portate a Dio. Ecco, una vita che si rassomiglia a quella di Maria, una vita spesa per Dio, in ordine sempre alla salvezza e alla santificazione, e una vita spesa per le anime, per il prossimo. Il Signore quando destina un’anima allo stato particolare di consacrazione a Lui e di apostolato, prepara quest’anima dal momento della creazione. Dal momento della creazione, il Signore infonde maggiori qualità, maggiore intelligenza, maggiori tendenze sempre più forti al bene; infonde poi nel battesimo uno spirito di fede più profondo. Quando eravamo bambini appena nati non sapevamo che cosa fosse meglio per noi, non ci pensavamo; ma il Signore ci ha amato dall’eternità e ci ha amato particolarmente nella creazione, nel battesimo e nei sacramenti successivi. Nel battesimo ha incluso un’inclinazione alla fede, un’inclinazione più forte alla speranza cristiana, all’amore di Dio; ha infuso maggiore grazia, perché il Signore come non fa due facce perfettamente uguali (non ci sono due facce di persone perfettamente uguali, in qualche cosa si distinguono sempre), così non vi sono due anime perfetta mente uguali. Vi è una schiera d’anime chiamate alla vita comune, alla vita cristiana, e vi è una schiera minore chiamata alla consacrazione, a vivere per Dio, per Dio solo senza divisioni, e, nello stesso tempo, chiamate a collaborare alla salvezza delle anime. Si dice spesso, ad esempio, che la castità importi mortificazioni. Il cuore può essere un po’ troppo depresso e alcuni credono che sia un cuore sterile e isolato. No, la castità è pienamente feconda e cioè non Si ama una persona soltanto, non si crea una famiglia. Vi sono persone che nell’apostolato producono schiere d’anime a cui comunicano la vita eterna in tante maniere: per mezzo dell’istruzione cristiana dei catechismi, per mezzo della formazione cristiana, per mezzo della preghiera, dei sacrifici. Sì, è una scelta fatta non per un piccolo gruppo di anime, ma per avere, secondo il corpo mistico della Chiesa, una quantità di anime. Allora si diventa madri di tante anime. È una maternità nuova, superiore, immensamente superiore a quella naturale. Primo perché è spirituale; poi perché arriva a una quantità di anime molto più numerose, in generale. Gesù ha dato la vita per le anime e coloro che vogliono imitare Gesù devono sacrificarsi anch’esse per le anime. Allora c’è la rassomiglianza con Gesù: fate il mio cuore simile al vostro. Quindi è uno stato di privilegio. Se noi pensiamo a questo cerchiamo di comprenderlo sempre maggiormente. Perché è uno stato di privilegio? È stato di privilegio perché si tratta di una vita pienamente consacrata al Signore. Ecco, le Annunziatine sono chiamate a fare i tre voti. Che cosa dobbiamo dare a Dio? Dobbiamo dare a Dio tutto quello che Lui desidera, dobbiamo dargli quello che abbiamo. Ora che cosa abbiamo? Noi possiamo avere i beni esterni che sono il corpo, la salute, gli averi, le sostanze, il denaro, ciò che si possiede, una casa, una villa, o semplicemente un’abitazione comune. Si consacra tutto e si dà a Dio, se ne fa Dio padrone, noi poi ne abbiamo solo l’uso, perché è tutto di Dio. Quella casa, quella camera  dove abito è sacra. Così tutto quello che si usa per vivere, il denaro, il vestito, le spese per l’abitazione, per la vita ordinaria; si usa di cose che sono di Dio. E allora ecco che noi ci troviamo come nella casa di Dio. Dio è il padrone di tutto e noi usiamo quel che Dio ha preparato, quel che Dio ci ha dato. Abbiamo offerto al Signore quello che Egli ci ha dato e ne usiamo. Prima possedevamo; dopo usiamo. Dopo il voto di povertà usiamo quello che è di Dio. Si possiede ancora civilmente? Sicuro; ma in realtà si è fatto padrone Dio, per cui si tratta di un altro dominio, che è superiore a quello che si intende quando si parla in senso ordinario di possedere una casa, una macchina o del denaro; sì, civilmente per quel che riguarda, ad esempio, la terra, resta di nostra proprietà; ma questa proprietà la diamo al Signore e poi noi ne usiamo. Come? Se Dio è padrone, noi domandiamo quasi il permesso a Dio come se gli dicessimo: questo che è tuo posso usarlo così? È gradito a Te ch’io adoperi ciò in questa maniera o in quell’altra? Per far quest’opera, oppure per aiutare qualcuno della famiglia, o per donare alla Chiesa, o per conservare la vita, o per il vestito, per l’abitazione, per il cibo? Fare come Gesù che andava con la scodellina a ricevere la minestra dalla Madonna e se ne cibava. La Madonna era come l’amministratrice della casa. Questo ci mette in una condizione che è chiarita dalla parola che disse il Papa quando vide la casa di san Bernardo, piena di religiosi: « Siamo stati a vedere non degli uomini, ma degli angeli ». Vivono all’ordine di Dio, secondo il suo volere e come sono dotati di una spiritualità superiore. Così, oltre che per i beni materiali, possiamo dare a Dio il corpo, consacrarlo a Lui. Il Signore ha infuso in noi delle energie, ha donato la salute, ha voluto che noi potessimo operare il bene con il corpo, perché, ad esempio, per pregare ci vuole il corpo e l’anima. Finché il corpo è unito all’anima, può fare il bene. 

Beato Alberione

Continua a pag.160 – 20 Stato Privilegiato – MCS

Cruciverba Paolino

Cruciverba Paolino
personaggi : ABUNDANTES DIVITIAE GRATIAE SUAE 

(consultate il testo qui)
Buon studio e risoluzione del cruciverba…
La compilazione diventa studio...

Stampate e risolvete il cruciverba …

Carro a 4 ruote… una ruota è lo studio

Dalle parole al dialogo

Alcune righe dal libro:
DALLE PAROLE AL DIALOGO
di Giuseppe Colombero sacerdote

 tafgallery6Offrire apprezzamento è il gesto semplice e raffinato di chi ha dentro di sé sufficiente consistenza da non aver né bisogno di vittorie né paura di sconfitte; gli è sufficiente essere chi è e avere ciò che ha; e questo lo rende libero dal desiderio di prevalere e dal timore di essere sopraffatto.

Apprezzare non è facile per tutti: alcune persone sono penosamente riluttanti a riconoscere ciò che vi è di buono negli altri, in ciò che sono e in ciò che dicono, come se dovessero sborsare qualcosa di tasca propria.

Lo vedono il bene; ma non lo riconoscono; non se la sentono. Preferiscono rilevare i lati negativi e e per primi. Se qualcuno stende davanti ad una di queste persone la stupenda tovaglia di Firenze, tutta pizzo e ricamo, che ha appena comprata, se questa disgraziatamente ha in un angolo una macchiolina, lei per prima cosa e subito dirà: “ Ma qui c’è una macchia!”.
Lei vede la macchia; quella macchia le è provvidenziale perché la dispensa dalla fatica di apprezzare o almeno gliela attenua. Vi sono persone che anche di fronte alle cose più belle e più vere riescono ancora a trovare la forza di non riconoscerle.
L’apprezzamento è un eccellente cardiotonico per chi lo riceve; ha un forte valore di sostegno e di stimolo per chiunque.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén