RIPRENDERE IL CAMMINO 

(parte pubblica come da  Sito ufficiale )

Agosto – Settembre 2020

Carissime Annunziatine,

quest’anno un prolungato tempo di sospensione sociale ci ha sorpresi. Da marzo le consuete programmazioni sono saltate: a causa della pandemia le attività dei Gruppi (per non parlare delle parrocchie e delle scuole) sono state sospese, o almeno rallentate. Purtroppo sono venuti a mancare i corsi di Esercizi Spirituali, e anche se si è provveduto ad inviare meditazioni per scritto, è comunque mancato un importante momento vitale dell’Istituto.
Con settembre inizia un nuovo anno sociale che sarà ancora segnato dagli effetti e postumi della pandemia, anche se speriamo non in una forma sociale così pesante.
Purtroppo oltre ai problemi sanitari, si faranno sentire anche quelli economici e sociali come conseguenze di tutto questo. Al momento sono in gran parte imprevedibili, anche perché si tratta di una situazione mondiale.
La maggior parte di noi sperimenterà solo effetti locali. Non illudiamoci, non sarà più come prima, questa crisi sanitaria mondiale lascerà un segno molto a lungo, sia dal punto di vista sanitario che economico, sociale… ed anche spirituale.

Tempo per ripartire

Ma è tempo di ripartire, di riprendere il cammino, sociale e soprattutto spirituale. La speranza cristiana ci chiede di andare avanti senza scoraggiarci e diventando segno di speranza per coloro che ci incontrano.
Questa crisi socio-sanitaria dovrebbe ricordarci che comunque siamo in cammino verso la Patria Celeste, e in questa prospettiva ridimensionare tutto quello che accade. Gesù ci ha promesso che non ci abbandonerà mai e che sarà sempre con noi (ma non ci ha promesso che la via su questa terra sarà tutta rose e fiori, ma sofferenze e croci da offrire a Lui per la salvezza del mondo).
Ripartire significa avere sempre la stessa destinazione, la stessa meta, ma impegnandoci a percorrere una nuova tappa. Ogni tappa è semplicemente una parte dell’unico percorso della nostra vita: ogni anno dopo ogni corso di Esercizi si riparte per un nuovo anno di cammino spirituale; ogni anno scolastico è una tappa di un percorso di istruzione.
A volte invece ripartire significa riprogrammare il percorso, cioè le tappe di questo cammino. Perché le forze, o difficoltà, non permettono di mantenere gli stessi impegni, oppure nuove opportunità permettono di aumentare l’impegno di quanto ci proponiamo di fare.
Ripartire significa non arrendersi, ma riprendere il cammino secondo le nostre capacità in questo momento. Questo tempo di sospensione sociale ed anche religioso ci ha costretto a ripensare, per qualcuno anche a correggere la mira del proprio percorso di vita.
Da ragazzo mi citavano questo proverbio: “Quando si rompono le ossa si aggiusta l’anima”. A volte la vita costringe a riconsiderare quello che si lasciava da parte. Negli ultimi mesi, a causa di questa pandemia, molte persone si sono dovute confrontare con Dio e con i valori spirituali che avevano lasciato da parte.

Rinnovare le decisioni

Ma per noi non è così, non si tratta di cambiare le nostre priorità, di cambiare il nostro cammino di vita. Per noi è stata un’occasione per rafforzarci nelle nostre scelte: Dio era già al primo posto. Dobbiamo solo rinnovare la nostra decisione, quella che abbiamo già preso. Non abbiamo potuto fare gli Esercizi, ma in fondo ogni corso di Esercizi Spirituali ci chiede di fare proprio questo.
Riprendere il cammino, dunque, coscienti che tante cose sono utili non indispensabili. I Ritiri, gli Esercizi, anche le celebrazioni domenicali sono importanti… ma se manca il personale desiderio di farsi santi, sono tutte occasioni che rimangono scolorite e scarsamente efficaci.
Non sappiamo quali sorprese ci porterà l’anno che verrà, lo accogliamo con la speranza che ci viene dalla fede: avanti!
Ma le difficoltà si inseriranno nella situazione che già viviamo. Con realismo dobbiamo ammettere che i Gruppi stanno vivendo già grandi difficoltà per l’età avanzata delle sorelle, la condizione di salute che inevitabilmente peggiorano. Alcuni gruppi si troveranno a dover rinunciare ancora a riunirsi, oppure per prudenza a numeri di presenze esigui. Non scoraggiamoci e avanti!

Rinnovare l’attenzione

In questa situazione invece raccomando una rinnovata attenzione ai bisogni degli altri. Sentire le sorelle del gruppo telefonando un po’ di più, o per alcune sorelle che non sono facilmente raggiungibili mandare qualche, ormai arcaica, cartolina. Le sorelle più anziane rimpiangono gli scritti che lasciano qualche oggetto in mano.
Sempre nella carità, sarà bene porre con delicatezza e attenzione anche alle necessità concrete ed economiche delle sorelle Annunziatine, ma anche dei nostri parenti e di coloro che sono il nostro prossimo. Nel prossimo anno la crisi economica lambirà molti.
Spesso la delicatezza della carità che giunge per tempo risparmia situazioni peggiori se lasciate precipitare. I problemi non sono mai solo economici, sono sempre legati a solitudini, incomprensioni o quasi sempre a scoraggiamenti.
La speranza cristiana ci chiede di prestare la carità con delicatezza e intelligenza, a partire dalla preghiera. Che non solo è efficace ma incoraggia sapere che c’è chi prega per chi si trova in difficoltà.
Le suore di clausura non possono andare a trovare i bisognosi, ma sono molti che chiedono preghiere alle claustrali per non sentirsi abbandonati: pregare per gli altri con fede – quando non possiamo fare di più – è carità che ottiene grazie dal Cielo. Se possiamo dare anche un aiuto economico o di vicinanza è necessario fare anche quello, secondo le proprie possibilità.Infine chiedo una preghiera per la Società San Paolo come Provincia Italia e Congregazione tutta. Il nuovo Provinciale, don Gerardo Curto, ci chiede preghiere per la situazione non facile. Nei prossimi mesi avremo due Capitoli Provinciali e dopo Pasqua un Capitolo Generale.
In questo momento storico ed ecclesiale così delicato è necessario chiedere al Maestro Divino e alla nostra Regina degli Apostoli grazie, illuminazioni, affinché tutta la Famiglia Paolina possa riprendere con rinnovata gioia, il cammino e l’apostolato che Dio, tramite il Fondatore, ci ha affidato nella Chiesa e nel mondo di oggi.

Don Gino

ANNO DI PARTICOLARE
SANTIFICAZIONE

Beato don G. Alberione

«La vita interiore … deve perfezionarsi giorno per giorno». Con la seguente meditazione Don Alberione ci indica i mezzi per procedere spediti nel nostro cammino (Alle Pie Discepole del Divin Maestro, 1963 pp 56-64).
Avete fatto il sacrificio, stamattina, di arrivare così presto. Ma Gesù vi ha accolte bene. E ringraziamo il Signore di tutto il progresso che vi è stato nella vostra bella Congregazione, progresso in numero, persone, e progresso di opere. Se sempre tutto si attinge dal Tabernacolo, si vivrà sempre in letizia e in continuo avanzamento, avanzamento particolarmente nella santità.

Le opere che sono avviate, un po’ le conoscete. Particolarmente ci stanno a cuore le vocazioni che sono in numero crescente. Poi vi è la costruzione ben avviata, la chiesa a Gesù Maestro. Poi si è aperta la Casa di Cura per sacerdoti, religiosi, sebbene abbia già un inizio molto modesto; in una decina di anni, se tutto sarà fatto bene, piacerà al Signore, vi sarà un aumento consolante.
E voi compirete sempre meglio la vostra missione accanto al sacerdozio, ai sacerdoti: stare accanto alle vocazioni in erba, e al reclutamento delle vocazioni, alla loro formazione e, nello stesso tempo, alla vita di perfezionamento di tutte le persone che son consacrate a Dio, e la perseveranza. Difatti, tra le Messe che il Papa (Giovanni XXIII) ha concesso ve n’è una che riguarda la Professione Religiosa e ve n’è un’altra la quale è per domandare al Signore la perseveranza e la santificazione delle anime consacrate a Dio. In che cosa consiste? Consiste in modo speciale nella santificazione dell’intimo, dell’interno: santificare l’interiore nostro, santificare le
nostre volontà, i nostri cuori, le nostre menti. Esteriormente è facile, relativamente facile custodirsi e, nello stesso tempo, fare gli esami di coscienza e migliorare. Ma facilmente ci sfugge un po’ l’interno: come sono i nostri pensieri, sono veramente soprannaturali? E sono i nostri cuori tutti orientati verso Dio, la sua gloria, verso Gesù, verso il paradiso? E la nostra docilità al volere di Dio, non soltanto l’obbedienza, come viene esercitata, praticata esteriormente, ma la docilità e l’abbandono nelle mani di Dio?
Questo interiore da santificare, il nostro intimo, perché l’anima nostra sia intima con Gesù, non sia solamente una professione esteriore o un’attività o un modo di vivere particolare quale è designato, descritto nelle Costituzioni, ma che tutta l’anima sia unita al Signore. L’amore verso il Signore vi è quando c’è tutta la mente, amore al Signore con tutta la mente, amore al Signore con tutto il cuore, amore al Signore con tutte le forze, e tutta la volontà, amore al Signore con tutta l’anima. Tutta l’anima orientata verso Dio, tutta la vita ordinata verso il paradiso, sì.

Perciò due mezzi ci sono da indicarsi, particolarmente, come aiuti a questa santificazione interiore.

Sì, in generale, sempre il gran mezzo della preghiera. Ma voi compite la vostra pietà docilmente, generosamente, specialmente la pietà eucaristica. Va bene. Ma due vie che servono alla santificazione nostra interiore, (…) cioè, la vita interiore che deve perfezionarsi giorno per giorno. Come? Conoscere sempre di più Gesù Cristo.
Oppure l’altra via: vivere le virtù teologali: fede, speranza, carità. Queste due vie per la santificazione nostra interiore sono sicure e ci portano certamente all’intimità di vita col Signore Gesù. Se si progredisce si viene sino a quello che s. Paolo diceva di sé: «Vivo io, sì, ma realmente non son più io, vive in me Gesù Cristo» (Gal 2,20).
Allora, primo: conoscere Gesù per amarlo, per seguirlo e zelarlo. Conoscere “sempre più” Gesù. Alle volte vi è una cognizione un po’ esterna. Si sanno, della vita di Gesù, quei tratti che sono registrati nel Vangelo. Ma conoscere Gesù Cristo, il Figlio di Dio prima dell’incarnazione, il Figlio di Dio nel seno del Padre da tutta l’eternità; tutta l’eternità il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E poi il Figlio di Dio ha creato il tutto: Omnia per ipsum facta sunt [tutto per Lui è stato creato] (Gv 1,3), e ci ha dato, creando le nostre anime, ci ha dato la ragione, la mente. Poi c’è la vita di Gesù dal Presepio alla Croce, e dalla Croce alla Gloria di Gesù, alla destra del Padre. E Gesù che dal Cielo distribuisce le grazie, i frutti della sua redenzione compiuta. E poi, alla fine del mondo, verrà a giudicare tutti gli uomini: quelli che l’hanno accettato il messaggio della salvezza e quelli che non hanno accettato e darà la sentenza a tutti; a ciascheduno quello che ciascheduno avrà operato, fatto. Conoscere Gesù “intieramente”: nella sua vita privata, [nella] sua vita pubblica, vita dolorosa e vita gloriosa, vita eucaristica, vita nella Chiesa, vita nell’anima e vita eterna, quando alla fine del mondo, il Figlio di Dio incarnato, Gesù Maestro, inviterà gli eletti a entrare nella gloria e presenterà tutti gli eletti al Padre come conquista delle anime da lui redente (cfr. 1Cor 15,24).

Conoscere “sempre meglio” Gesù.

Se uno legge tutta una vita di Gesù, va bene; se non si può e non si è preparati ancora a leggere una vita, una biografia di Gesù, intanto prendere il Vangelo concordato o un Vangelo ben commentato, anche se i Vangeli sono considerati a parte, allora crescerà in noi l’amore a Gesù. E quando si sente poi che Gesù vive in noi, allora Gesù diviene come il nostro cervello – come dice S. Francesco di Sales – e il nostro cuore e la nostra attività, tutto il nostro operare. È lui che guida l’anima, che guida la mente, che guida il cuore, che guida la volontà, guida tutto il nostro essere. Allora lo si ama con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr. Lc 10,27).
Oh, ecco, il valore di questo primo comandamento sta in quel «tutto», non solo una parte. Non più amor proprio, ma solo amore a Gesù, l’amore a Gesù, l’amore al Padre, al Paradiso, che è sempre lo stesso, e cioè, se l’anima nostra si orienta di più verso Gesù vivo, sacramentato, oppure verso la beatitudine eterna per raggiungere Gesù. L’amore dell’anima a Gesù, quello rimane in eterno. E questo amore a Gesù manet in aeternum [rimane in eterno] cfr. 1Cor 13,8). Durerà per tutta l’eternità e beatificherà l’anima, la rende sempre più (…). Già sulla terra si è certi di questo amore, ma poi questo amore che ora è sentito nell’intimo nostro, diverrà il gaudio eterno: Intra in gaudium Domini tui (Mt 25,21.23): entra nel gaudio del tuo Signore. Come adesso noi contempliamo l’ostia, sappiamo pure che dentro, che nell’ostia c’è Dio, vero, il Figlio di Dio incarnato, ma non lo vediamo con gli occhi; allora, invece, Gesù si vedrà e beatificherà (…) l’anima. Vedremo «faccia a faccia» (cfr. 1Cor 13,12) Gesù.
Inoltre c’è l’altra via che può portarci alla perfezione e può portarci alla vera santificazione e, per molte anime, è più facile, cioè: Vivere le virtù teologali: fede, speranza e carità. La fede che illumina la mente; la speranza che ci porta ad appoggiarci sopra Gesù, ad appoggiarci ai suoi meriti; e la carità è l’amore verso Gesù e verso il prossimo.
Fede. Quando l’anima è intimamente consapevole, persuasa che si è partiti da Dio, che ci ha creati e che qui sulla terra dobbiam fare qualche cosa e cioè, ognuna seguire la sua vocazione e viverla. Poi si lascia di nuovo il mondo e si torna a Dio. Come il Figlio di Dio: partì dal seno del Padre, si fece uomo, venne in questo mondo e, finita la sua missione, ritorna al Padre (cfr. Gv 16,28) e là siede alla destra del Padre, in paradiso (Cfr. Simbolo Niceno-costantinopolitano). Così noi. Quando noi viviamo di questi pensieri, le giornate sono per la nostra santificazione e (…) meriti per il paradiso, quando noi pensiamo così. Ecco la fede: creato per conoscere, amare e servire il Signore e goderlo in eterno. Questa verità fondamentale che orienta tutta la vita, quanto è consolante! E quando si pensa, quanto di gioia entra nella nostra anima e come si vive gioiosamente la vita religiosa! Sentire che l’essere vostro è consacrato a Gesù, è tutto di Gesù e voi lo avete scelto come sposo eterno. Non persone le quali finiscono col morire… ma Gesù vive. Questi pensieri di fede. E per arrivare a questa vita eterna: la vita in Cristo e nella Chiesa (cfr. Ef 5,32). Sì, la fede in questo insegnamento fondamentale: che cosa è la vita, per che cosa viviamo; che cosa possiam guadagnare ogni giorno, cosa possiam perdere anche ogni giorno. Alcune son diligentissime a vivere momento per momento la vita di unione con Gesù; altre, invece, non la cercano tanto. Ma se c’è lo spirito di fede, allora tutto l’orientamento verso il paradiso.
Inoltre la speranza, cioè, la grazia che Dio infonde nella nostra anima e dà alla nostra anima una vita nuova, la vita soprannaturale, la vita di Gesù Cristo stesso, la vita eterna. E man mano che uno, giorno per giorno, osserva la volontà di Dio, fa la volontà di Dio, arricchisce. Alla sera l’anima è più ricca perché ha fatto bene nella giornata. Così avviene in un’altra giornata, così in un’altra settimana, e così un anno, così la vita. Ogni giorno arricchire l’anima nostra di nuove grazie e specialmente di nuovi meriti. E c’è difficoltà a vivere la nostra vita, ma ci vuole allora questo pregare per aver la grazia, aver la grazia di vivere la nostra vita religiosa. Se non c’è l’aiuto noi non riusciremo a vivere bene, ma se si prega si ottiene l’aiuto, si fan le opere buone «che io debbo e voglio fare».
Santificazione. E la via della santità, della perfezione, questa: conformarci al volere di Dio, fino a lì. Non solo obbedienza esteriore, ma docilità interiore e, ciò che è più perfetto, l’abbandono a Dio. Allora la virtù dell’obbedienza è veramente nella sua perfezione più piena: l’abbandono in Dio: quello che egli vuole, quello che egli dispone, ogni giorno, ogni momento. Ma poi arrivare all’amore a Gesù, cioè la carità: amore a Dio, amore al prossimo.
E tendere a Dio: “Io ho rinunciato a tutto ciò che poteva offrirmi la famiglia e il mondo; e ho rinunziato a me stesso, alle mie vedute, ai miei desideri, a ogni comodità; rinunciato alla mia volontà per esser perfetta”. Se noi rinunciamo veramente al nostro io, l’io che è amare noi stessi sopra ogni cosa, sopra noi stessi, allora c’è l’amore a Dio, la vita tutta orientata verso il Signore. Questa è la carità: l’amore a Gesù. Se l’anima cresce nell’unione con Dio può arrivare fino al nono grado di preghiera, perché i mistici ricordano che ci sono nove gradi di orazione. E anime che arrivano alla preghiera trasformante, e anime invece che sanno appena recitare delle formule esterne, e la preghiera è piuttosto una cosa esteriore o in canti o in parole, in formule, che ha il suo valore. Ma l’intima conversazione con Gesù, allora la preghiera che parte dal cuore e dalla nostra mente, resta e finisce per essere una conversazione con Gesù, una conversazione, un discorso. Diciamo a Gesù, Gesù risponde, Gesù penetra con la sua luce nell’intimo nostro, ci attira. E la religiosa allora, è beata già, in un certo senso, sulla terra, partecipa alle otto Beatitudini evangeliche. E questa è una beatitudine proporzionata alla vita presente, ma poi vi è la beatitudine eterna, trasformante, la quale è completa e dura in eterno.
Allora, ecco, di lì dipende poi anche la carità verso il prossimo, perché se amiamo Dio, amiamo anche i figli di Dio, cioè gli uomini. Specialmente quali? Quelli che ci stan più vicini, quelli che son legati con voi per la consacrazione, per la Professione. Perché tutti gli uomini son figli di Dio, ma le anime consacrate a Dio sono figli di Dio in modo particolare, cioè, figli prediletti di Dio, figlie predilette di Dio come porta la vostra vocazione. Allora, eh, che cosa dobbiamo pensare e fare? Amare tutti. E in che gradazione? Le persone care sono quelle persone con cui vivete, perché entrando nella Religione, nella Congregazione, facendo la Professione, si ha una parentela nuova con le sorelle, una parentela nuova. Questo dipende da quelle parole che sembrano misteriose, ma che sono chiare, e cioè: Chi è mia madre e chi sono i fratelli miei e cugini? Disse Gesù. E poi alzò anche le mani e indicando la moltitudine di gente che lo sentiva: chi sono essi, mia madre e i cugini? Coloro che fan la volontà di Dio, questi sono come mia madre, come sorelle e come fratelli (cfr. Mc 3,33-35).
Quando si fa la Professione si ha una parentela nuova, soprannaturale, fondata nell’amor di Dio (…) e – diciamo – nata dal giorno della Professione dell’anima (…), che passano in secondo ordine e non è più solo il vincolo di sangue, ma c’è il vincolo che è consacrato dal sangue di Gesù. Questo può essere un po’ misterioso, ma se le anime hanno quello spirito di interiorità, acquistano tante cose. Persone che, magari, non san leggere, ma sanno parlar con Dio e arrivano a delle cognizioni molto elevate, alle volte, perché Gesù è la luce, è lui il Maestro diretto per l’anima: «Parlate, o Signore, che il vostro servo vi ascolta» (cfr. 1Sam 3,9.10). Oh, allora, amare le sorelle, le persone con cui si vive. E poi amare molto le vocazioni e interessarsi delle vocazioni. E poi amare tutti quelli che si sono consacrati a Dio, in modo particolare l’Istituto e, di lì avanti, tutte le persone che in qualche maniera hanno relazione con noi. Quelle che hanno più relazione saranno i genitori e le altre saranno le persone con cui abbiamo qualche vincolo o qualche (…) riconoscenza o qualche ragione di amare. E poi amare tutte le anime e del paradiso e del purgatorio e della Chiesa e [chi] non è ancora entrato nella Chiesa, i pagani, e anche gli atei, amare.
E poi la carità è nel vostro apostolato (..) l’apostolato dal mattino alla sera, il vostro apostolato eucaristico, nella Messa, nella Visita, nella comunione e l’apostolato liturgico perché siano tutti pronti a dare il culto solenne a Dio (…) pratica liturgica. E poi il servizio di coloro i quali il Signore chiama e il Signore ha chiamato affinché portino le anime a Dio, le illuminino. Vi sono tante difficoltà alle volte che… o vivere con questo, quello; difficoltà con quello. Ma sappiamo superare (…) difficoltà. Persone che vivono di amor proprio e persone che vivono di amor di Dio. Vivere interamente dell’amore a Dio (…) sopportare anche.
Dunque, sono due le strade per cui noi possiamo arrivare alla santificazione: conoscenza più intima di Gesù e conoscenza (…). Secondo, la pratica delle virtù teologali: fede, speranza, carità (…). Due vie (…). E allora, non soltanto dei piccoli propositi (…), ma lo spirito di fede fa operare in tutto in ordine a Dio, al paradiso; così la nostra fiducia in Gesù Cristo e il nostro amore a lui e al prossimo. Come Gesù ci ha amati, così amiamo.
Ecco, la vostra vocazione è così bella! Avanti! Benedire il Signore perché ha voluto la vostra Congregazione. Amarla sempre di più e viverla in generosità e in letizia. Allora, (…) è tutto un incoraggiamento, è tutto (…) tutto una luce spirituale (…) se questa luce l’accendete ogni giorno (…).

Beato Giacomo Alberione

UNITA’ E PROFEZIA

Papa Francesco

Nell’omelia della solennità dei Santi Pietro e Paolo Papa Francesco ricorda che il Signore “ci unisce nelle differenze”: come Pietro e Paolo uniti perché entrambi “innamorati di Dio” (Basilica di San Pietro 29 giugno 2020).
Nella festa dei due Apostoli di questa città, vorrei condividere con voi due parole-chiave: unità e profezia.
Unità. Celebriamo insieme due figure molto diverse: Pietro era un pescatore che passava le giornate tra i remi e le reti, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe. Quando andarono in missione, Pietro si rivolse ai giudei, Paolo ai pagani. E quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato, come Paolo non si vergogna di raccontare in una lettera (cfr. Gal 2,11 ss.). Erano insomma due persone tra le più differenti, ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama. Però la familiarità che li legava non veniva da inclinazioni naturali, ma dal Signore. Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci. Ci unisce nelle differenze.
La prima Lettura di oggi ci porta alla sorgente di questa unità. Racconta che la Chiesa, appena nata, attraversava una fase critica: Erode infuriava, la persecuzione era violenta, l’Apostolo Giacomo era stato ucciso. E ora anche Pietro viene arrestato. La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. Il testo dice che «mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). L’unità è un principio che si attiva con la preghiera, perché la preghiera permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà.
Notiamo un’altra cosa: in quei frangenti drammatici nessuno si lamenta del male, delle persecuzioni, di Erode. Nessuno insulta Erode – e noi siamo tanto abituati a insultare i responsabili. È inutile, e pure noioso, che i cristiani sprechino tempo a lamentarsi del mondo, della società, di quello che non va. Le lamentele non cambiano nulla. Ricordiamoci che le lamentele sono la seconda porta chiusa allo Spirito Santo, come vi ho detto il giorno di Pentecoste la prima è il narcisismo, la seconda lo scoraggiamento, la terza il pessimismo. Il narcisismo ti porta allo specchio, a guardarti continuamente; lo scoraggiamento, alle lamentele; il
pessimismo, al buio, all’oscurità. Questi tre atteggiamenti chiudono la porta allo Spirito Santo. Quei cristiani non incolpavano ma pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Nessuno. Pietro, umanamente, aveva motivi di essere criticato, ma nessuno lo criticava. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera, la nostra unità della Chiesa? Preghiamo gli uni per gli altri?”. Che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno, con la lingua un po’ tranquillizzata? Quello che successe a Pietro in carcere: come allora, tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero. E noi saremmo meravigliati, come quella ragazza che, vedendo Pietro alla porta, non riusciva ad aprire, ma corse dentro, stupita per la gioia di vedere Pietro (cfr. At 12,10-17). Chiediamo la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa (cfr 1Tm 2,1-3). “Ma questo governante è…”, e i qualificativi sono tanti; io non li dirò, perché questo non è il momento né il posto per dire i qualificativi che si sentono contro i governanti. Che li giudichi Dio, ma preghiamo per i governanti! Preghiamo: hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta? Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, come a Pietro; solo la preghiera spiana la via all’unità.
Oggi si benedicono i palli, che vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Il pallio ricorda l’unità tra le pecore e il Pastore che, come Gesù, si carica la pecorella sulle spalle per non separarsene mai. Oggi poi, secondo una bella tradizione, ci uniamo in modo speciale al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità. Oggi, loro non sono riusciti a venire, per il problema dei viaggi a motivo del coronavirus, ma quando io sono sceso a venerare le spoglie di Pietro, sentivo nel cuore accanto a me il mio amato fratello Bartolomeo. Loro sono qui, con noi.
La seconda parola, profezia. Unità e profezia.I nostri Apostoli sono stati provocati da Gesù. Pietro si è sentito chiedere: “Tu, chi dici che io sia?” (cfr. Mt 16,15). In quel momento ha capito che al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo. Anche la vita di Paolo è cambiata dopo una provocazione di Gesù: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Il Signore lo ha scosso dentro: più che farlo cadere a terra sulla via di Damasco, ha fatto cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene. Così il fiero Saulo è diventato Paolo: Paolo, che significa “piccolo”. A queste provocazioni, a questi ribaltamenti di vita seguono le profezie: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18); e a Paolo: «È lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni» (At 9,15). Dunque, la profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso. Nasce se noi ci lasciamo provocare da Dio. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta. Ed eccoli Pietro e Paolo, profeti che vedono più in là: Pietro per primo proclama che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16); Paolo anticipa il finale della propria vita: «Mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore mi concederà» (2Tm 4,8).
Oggi abbiamo bisogno di profezia, ma di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Non servono manifestazioni miracolose. A me fa dolore quando sento proclamare: “Vogliamo una Chiesa profetica”. Bene. Cosa fai, perché la Chiesa sia profetica? Servono vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Incomincia a servire, e stai zitto. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, quello stare bene con tutti – da noi si dice: “stare bene con Dio e con il diavolo”, stare bene con tutti –; no, questo non è profezia. Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di quei progetti pastorali che sembrano avere in sé la propria efficienza, come se fossero dei sacramenti, progetti pastorali efficienti, no, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio. Così Pietro e Paolo hanno annunciato Gesù, da innamorati. Pietro, prima di essere messo in croce, non pensa a sé ma al suo Signore e, ritenendosi indegno di morire come Lui, chiede di essere crocifisso a testa in giù. Paolo, prima di venire decapitato, pensa solo a donare la vita e scrive che vuole essere «versato in offerta» (2Tm 4,6). Questa è profezia. Non parole. Questa è profezia, la profezia che cambia la storia.
Cari fratelli e sorelle, Gesù ha profetizzato a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Anche per noi c’è una profezia simile. Si trova nell’ultimo libro della Bibbia, dove Gesù promette ai suoi testimoni fedeli «una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo» (Ap 2,17). Come il Signore ha trasformato Simone in Pietro, così chiama ciascuno di noi, per farci pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate. C’è sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia, ma il Signore crede in noi e chiede a te: “Tu, vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Fratelli e sorelle, lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio”.

Papa Francesco

I LONTANI 

Recensioni

Durante il tempo della mancanza delle Celebrazioni Eucaristiche molti chiedevano appassionatamente: quando si potrà tornare a celebrare? Ce lo chiedevano persino quelli che fino a quel momento non brillavano certo per frequenza.

Alla riapertura delle chiese il grande ritorno non è avvenuto. Senza voler decifrare il percorso personale che ognuno ha compiuto in questo drammatico tempo di pandemia, nella certezza che il Signore ha lavorato nel nascondimento, non possiamo però ignorare come la realtà dei “lontani” non si sia affatto ridotta.

Possono allora far bene anche a noi le riflessioni, scritte nel lontano maggio del 1938 da don Primo Mazzolari, rieditate dalle Edizioni Dehoniane nel testo intitolato appunto I lontani.
Il dibattito sui lontani non è questione di poco conto, è in gioco la fedeltà al Vangelo. Riguarda l’evangelizzazione e la forma ecclesiale più adeguata per realizzarla.
Il contributo di don Mazzolari offre un tassello nel mosaico delle molte riflessioni di questi decenni in ambito teologico e pastorale. Il cristianesimo non può presentarsi come esperienza di élite né come un club per pochi intimi: i lontani, i poveri e gli esclusi devono poter trovare una porta aperta. Devono fare l’esperienza di essere attesi e accolti.
L’incredulità è una formula, la lontananza qualcosa di misurabile. Ma l’incredulo o il lontano, è un cuore, il più delle volte retto, un’anima quasi sempre sofferente, un fratello, al quale forse è mancata un’assistenza, una difesa, un esempio degno della verità. Un conto sono le cause della lontananza, un conto l’animo di colui che va lontano.
Si parla ai lontani come si parla dei lontani: credendo nell’amore e nel metodo dell’amore. Così come il Figlio dell’uomo ha potuto sopportare il bacio del nostro tradimento senza negarci la Sua amicizia.
Ma la questione pastorale in merito rimane aperta e fatica a trovare vie significative. Come vi sono due compiti distinti nell’apostolato moderno: custodire chi è ancora dentro la Chiesa e attirare quelli che sono fuori, così vi sono due metodi distinti: il metodo di perseveranza e quello di ri-cristianizzazione.
Il primo si compie nell’ambito della vita parrocchiale e si serve delle sue molteplici attività per un apostolato eminentemente conservatore.
Il metodo di penetrazione o di riconquista deve avere qualcosa di diverso: una sua anima, più slanciata, e un’andatura più indipendente, più agile e più audace.
Vi sono anime e ambienti che le nostre forme tradizionali di attività apostolica non scalfiscono neppure.
Il mondo – non importa se cammina male – ha imparato a camminare senza di noi e, quel che è peggio, ci ha tagliato fuori o ci sta tagliando fuori della sua orbita.
Il nostro compito è quello di darci alla ri-cristianizzazione con disinteresse, con perseveranza, con tenacia e con intelligenza poiché il nostro mondo si complica incessantemente di nuove scoperte, e viaggia ad un ritmo vertiginoso.
Che cosa si può esigere dai lontani? In nome nostro nulla. Come vantare dei diritti là dove Dio stesso rinuncia momentaneamente a fare valere i suoi, almeno alla maniera degli uomini?
È un testo, questo di don Mazzolari, dedicato alle anime sofferenti e audaci, che non dà soluzioni a buon prezzo, si offre invece come soffio che ravviva la brace di quanti ancora oggi credono che chi fa la Verità viene alla luce.
A quanti camminano dopo aver tanto camminato, poiché un’anima che cammina è un anima salva.

Rosaria G.

“Basta una sola credente
per sconfiggere il nemico”

Donne della Bibbia

La presenza delle donne nella bibbia

C’è un pregiudizio che condiziona il possesso di una visione corretta della figura femminile nella Bibbia. La narrazione del peccato originale, commesso dalla prima donna e dal primo uomo quando, interpretato in senso letterale, tende ad offuscare le significative figure femminili dell’Antico e del Nuovo Testamento, che hanno avuto una grande importanza nella storia della salvezza. Questo è sicuramente frutto di ignoranza (= non conoscenza) dei testi biblici e soprattutto della mancanza di uno studio approfondito per una giusta comprensione e interpretazione.
Lo studio proposto dall’Istituto negli ultimi tre anni sulla circolare “Siate Perfetti” curato in modo mirabile da suor Filippa Castronovo con la sua breve ma utilissima traccia, ci ha aiutato a introdurci in modo chiaro ed esaustivo nell’universo femminile trattato nei testi sacri. C’è talmente tanto da apprendere e da approfondire in questa lettura teologica degli avvenimenti che vedono protagoniste
le donne, che ci vorrebbe ancora tanto tempo per arrivare a capire il messaggio che i testi biblici trattati in questa occasione vogliono consegnarci.
In questa lunga carrellata tra Antico e Nuovo Testamento incontriamo le donne più diverse, da quelle più umili, nascoste nella semplicità della vita quotidiana ad altre con ruoli di grande rilevanza che, in modo misterioso ma reale, riescono a rovesciare situazioni difficili, compromettenti, pericolose per il popolo d’Israele cambiandone le sorti attraverso una grande fede, profonda preghiera e un intelligente discernimento.
Per me che purtroppo colpevolmente conosco poco la Scrittura, l’essermi accostata a questo tema è stata una scoperta entusiasmante e coinvolgente al tempo stesso e sono giunta a fare due importanti considerazioni: innanzitutto la consapevolezza, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto sia importante prendere sul serio quella “ruota” del carro paolino (= lo studio) che ci permette di accostarci in modo intelligente e consapevole alla “fonte della conoscenza”; in secondo luogo mi ha condotto a capire tutta la carica “rivoluzionaria” contenuta nella descrizione delle numerose figure femminili che il Testo Sacro ci presenta.
Suor Filippa nella sua disamina contestualizzata di donne tanto diverse, soprattutto nell’A.T. ci ha introdotto in situazioni “storiche” problematiche, difficili, a volte drammatiche, causate “quasi sempre dalle infedeltà, allontanamenti e ritorni più o meno duraturi” (E. Bosetti, Donne della Bibbia, Cittadella Editrice) del popolo d’Israele nei confronti del suo Dio. Con personalità e ruoli diversi esse sono attraversate da una caratteristica comune: una fede incrollabile nel Dio d’Israele e la certezza del suo intervento per risolvere situazioni umanamente impossibili.
Ne abbiamo un esempio nella descrizione della figura di Ester, l’ebrea deportata in un paese straniero, timida e paurosa nascosta tra le pieghe del palazzo del potere, è colei che ribalta le sorti per un piano misterioso di Dio. Con la sua bellissima preghiera che tutti conosciamo tocca il cuore dell’Onnipotente che interviene con il suo aiuto e fa sì che venga sconfitto il disegno del malvagio che voleva sterminare il suo popolo.
Così pure la bellissima Giuditta, resa celebre da numerosi artisti, viene introdotta verso la fine del racconto con una frase che dà senso a tutto questo studio: “Basta una sola “credente” per cacciare il nemico” (Siate Perfetti, Nov. 2018, pag. 556).
Armata di una fede incrollabile, servendosi del suo fascino e della sua astuzia diventa abile tessitrice di una trama che la conduce ad un obiettivo quasi impossibile: sconfiggere il potente esercito nemico così che il suo popolo, in deficit di armi e di mezzi militari, si salvi. L’emblema della sconfitta del male che assume connotati devastanti, a livello individuale e sociale, di fronte al quale ci si sente quasi schiacciati. Fede e preghiera sollecitano l’intervento divino, accanto all’impegno personale e alle doti umane che diventano strumento umile su cui Dio agisce in modo efficace nella storia.
L’incontro con Debora e Abigail mi ha molto colpito perché il loro difficile compito di risolvere conflitti mi tocca sicuramente da vicino proprio perché nelle piccole comunità in cui molte di noi vivono, conflitti, faide, vendette si verificano, purtroppo, con una certa frequenza, lacerando famiglie e comunità, compromettendone il tessuto sociale e la pacifica convivenza.
È bello pensare a Debora che, seduta sotto la palma, ascolta e costruisce rapporti di pace tra le persone come pure Abigail che con pazienza intelligente, intuito e capacità di dialogo evita una vendetta crudele, sanguinosa che aveva in sé il germe di conseguenze nefaste per una intera comunità.
Quanto somigliano queste storie a tante situazioni di oggi … quanta attualità esiste in questi racconti … e quale immenso contributo hanno dato queste donne alla salvaguardia dell’identità del loro popolo e alla costruzione della pace!
Per me è stata una grande occasione di approfondimento della Sacra Scrittura, soprattutto di alcune parti che conoscevo in modo un po’ superficiale aiutandomi a leggere la storia di oggi con le lenti della fede, cioè con gli occhi di Dio.
Vere e preziose sono le parole di S. Gerolamo: «Ignorare la scrittura è ignorare Cristo stesso».
Ringrazio l’Istituto per aver scelto questo argomento e ringrazio suor Filippa, una “donna” che ha svolto con competenza e vigore questo compito.

Chiara O.

(altro in AR sul Sito Ufficiale)